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IL GEOLOGO E LA COLLETTIVITA’ COME SENTINELLE DEL TERRITORIO

Sono stato al “Ciclope”, la famosa discoteca di Marina di Camerota situata in una cavità carsica, passata agli onori della cronaca a causa della morte di un ragazzo schiacciato da un masso staccatosi dal sovrastante costone aggettante di roccia calcarea, tanti anni fa. Nel periodo dell’adoloscenza  quando la maggior parte dei ragazzi pensava (e pensa) che divertirsi era farsi spaccare i timpani dalla musica techno sparata ad altissimo volume. Per fortuna negli anni ho cambiato gusti.

All’epoca naturalmente non ero geologo, non mi interessavo di rischio idrogeologico, idraulico, sismico e vulcanico. Non mi interessavo di crolli in roccia, di roccia carbonatica fratturata, di pressioni neutre che modificano la disposizione nel tempo e nello spazio di blocchi lapidei dislocati da diaclasi e leptoclasi.

A mio modesto avviso, ma forse la mia è una visione romantica della geologia, il geologo (questo sconosciuto) dovrebbe sviluppare una coscienza di difesa del territorio dai rischi connessi all’iper – sfruttamento in nome del profitto. Dovrebbe essere la sentinella del territorio.  In pratica dovrebbe trasmettere alla collettività tutti i rischi derivanti da una gestione dissennata del territorio.

E’ noto da tempo (ma evidentemente non a tutti), infatti, che i disastri prodotti da un qualsiasi evento naturale (sisma, frane, alluvioni, eruzioni vulcaniche, esondazioni ecc.) dipendano in larga misura da responsabilità umane. “Dopotutto” rilevava nel 1756 J.J. Rousseau a proposito del terremoto di Lisbona “non è la natura che ha ammucchiato là ventimila case di sei-sette piani.” Le cose rispetto al terremoto di Lisbona non sono cambiate poi di molto. Probabilmente l’unica novità dei nostri tempi è quella di aver preso coscienza delle conseguenze. Ma questo è avvenuto, vecchio vizio italico, in modo schizofrenico. Si è operato rispetto alla catastrofi naturali sempre in un regime di emergenza, ripromettendosi poi, sull’onda emotiva del momento di operare in regime di prevenzione (pianificando e vincolando aree a rischio). Ma tutto questo non è avvenuto. Perché nel nostro Paese non si riesce ad attuare una politica di prevenzione rispetto ai rischi naturali? A mio avviso il problema è legato all’organizzazione della società attuale. Tale società è legata in modo indissolubile al modello selvaggio di sfruttamento del territorio in nome del profitto ad ogni costo. Altri modelli sono possibili?

In passato le società del “socialismo reale” erano tra le meglio attrezzate a far fronte ai rischi ambientali. Questo avveniva perché, tali società, essendo basate sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione e di scambio e su una stretta integrazione tra scienza e gestione amministrativa riuscivano a far fronte con risultati apprezzabili ai disastri naturali. Certamente non è applicabile un modello di “socialismo reale” per la nostra società. Però si può iniziare a costruire un modello che metta al primo posto non più il profitto ma la vita umana. Non più gli interessi privatistici ma gli interessi della collettività. Questo sarà possibile adottando sistemi di difesa civile che in stretto legame con il progresso tecnico – scientifico rendano possibile la consapevolezza tra la collettività dell’ esistenza del rischio e quindi della sua riduzione e della sua accettabilità (non ha senso infatti parlare di eliminazione del rischio nella cossi detta “civiltà del rischio”). Il geologo e la collettività e/o i suoi rappresentanti devono  essere gli attori principali di tale processo. Nel senso che devono essere loro a decidere su tali questioni che toccano la salute di tutti e non gruppi di potere o di pressione che si arroghino tale prerogativa oppure, e ciò accade molto più spesso di quanto non si creda, che il tutto venga lasciato al caso, sperando nella buona sorte.

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